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La maledizione di Lucia. Capitolo Settimo "La masseria di Farano" PDF Stampa E-mail
Notizie - Poesia e Narrativa
Scritto da Anonimo Formiano   
Domenica 31 Gennaio 2010 11:38

La maledizione di Lucia


Capitolo Settimo

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"La masseria di Farano"


Nella masseria di Farano, piccolo microcosmo alle pendici di Castellonorato, lavoravano una decina di persone. Tutti maschi. A sera, qualcuno tornava a casa, ma restavano sempre tre, o quattro inservienti. Sovrastante, in assenza del fattore, era Erasmo M. Abitava a Castellone, in piazza dell'Olmo. Moglie e quattro figli, tornava a casa solo il sabato, giorno di paga.

La masseria, in mezzo ad un vasto uliveto, era divisa in tre sezioni operative, che curavano mandrie di buoi, cavalli e pecore. Non c'era tempo per stare in ozio.


Erasmo aveva organizzato il lavoro di ognuno in modo razionale. Sia il barone, che il fattore, riponevano piena fiducia nel sovrastante. Il fattore, di norma, veniva alla masseria ogni sabato e vi restava tutta la giornata. Nel pomeriggio distribuiva le paghe e, dopo la mungitura, quasi tutti gli uomini sposati andavano a casa. Il barone, invece, veniva saltuariamente e all'improvviso. Sia solo, che accompagnato dall'immancabile e fido Sebastiano.

Destò, quindi, una certa sorpresa, l'arrivo del fattore, senza il barone, quel lunedì mattina. La sorpresa aumentò, quando dal calesse scese una donna, incappucciata e coperta da un lungo mantello. A mala pena s'intravedeva parte del viso.
- Buongiorno Erasmo. Aprimi l'appartamento del signor barone.
- Buongiorno fattore. E il signor barone?
- Fa come ti dico! Non fare domande.
- Come comandate fattore. Prendo le chiavi. Accomodatevi pure.
Erasmo capì a volo. Il fattore non si era mai portato una donna alla masseria. Né, addirittura, si sarebbe permesso di portarla nell'appartamento del barone. Al più avrebbe utilizzato un letto del dormitorio, magari chiedendogli proprio il suo. "No, no! - Pensò Erasmo. - Questa donna deve essere un'amante del barone."
La donna, sempre a capo chino e coperto dal cappuccio del mantello, si avviò verso la porta indicata da Erasmo, mentre Sebastiano scaricava alcuni bagagli, sui quali spiccava lo stemma gentilizio dei Manzano.
- Muoviti Erasmo. Dammi una mano a portare dentro i bagagli.

I due uomini, presi i bagagli, seguirono la donna che, nel frattempo, era già entrata. Solo quando fu nell'appartamento Erasmo poté vedere interamente il viso di quella donna misteriosa. Lucia si era tolta il mantello ed Erasmo rimase colpito dalla sua bellezza. "Ma, è ancora una fanciulla!" Il suo silenzioso commento non andò oltre. Il barone era il padrone e la sua famiglia poteva vivere decorosamente, grazie alle laute paghe che distribuiva. La vita privata del barone non doveva assolutamente interessargli.

Deposti i bagagli, i due uomini uscirono, lasciando Lucia da sola. Il fattore fece cenno a Erasmo che doveva parlargli e si allontanarono verso la montagna.
- Senti Erasmo, quella fanciulla è la pupilla del signor barone. L'affido a te, in modo particolare. Trattatela tutti con molto rispetto. Di più non posso dirti. Se lo vorrà, sarà il barone stesso a dirti il resto.
Si salutarono con un "arrivederci a sabato" e ripresero la strada del ritorno. Il fattore verso Mola e Castellone, il sovrastante verso la masseria.

Lucia, rimasta sola, fece un giro di ricognizione dell'appartamento. Non era molto grande. Era, chiaramente, un appartamento spartano per un uomo solo. Una stanza con un letto matrimoniale, completa di bagno e stufa di coccio, più un salotto, con un caminetto ad angolo e una cucina di ghisa. Un tavolo, quattro sedie, due poltrone e un divano, completavano l'arredamento della casa. Anche qui, Lucia trovò una bella vasca da bagno e uno specchio per tutta la persona.
Aprì la finestra della stanza da letto, per dare aria e luce alla camera, e iniziò la sistemazione delle sue cose. Ogni oggetto, ogni vestito, la riportava alla villa, alla baronessa che non volle rispondere al suo saluto. Non l'aveva mai vista in quelle condizioni. Un viso duro e tagliente, con due occhi gelidi. "Quando verrà, Alberto mi dovrà spiegare l'atteggiamento della baronessa."

Il barone arrivò a cavallo, quasi in sordina, la sera stessa. Come il solito, quando veniva da solo. Però, a differenza delle altre volte, oltre a venire col buio, non arrivò al galoppo; perciò nessuno avvertì l'arrivo del cavallo. Solo i cani abbaiarono, ma zittirono appena riconosciuto il barone che, sceso da cavallo, distribuì coccole e carezze a tutti. Erasmo capì dal loro abbaiare che doveva essere arrivato qualcuno conosciuto, ma non pensò a una venuta del barone. "Forse è qualche garzone che è rientrato." Pensò. A ogni buon conto, meglio dare un'occhiata.
- Signor barone! Buona sera signor barone. Quale sorpresa!
- Buona sera Erasmo. Tutto a posto?
- Tutto a posto, signor barone. Oggi è venuto il fattore...
- Lo so Erasmo. Lo so. La signora?
- È nell'appartamento, signor barone. Come avete comandato Da questa mattina non è mai uscita da casa ed io non so che fare. Ma, benedetto uomo, perché il fattore non mi ha avvisato della vostra venuta? Avremmo ucciso un agnello.
- Non importa Erasmo, stai tranquillo. Sebastiano ha solo eseguito i miei ordini. Che cosa abbiamo per cena?
- Signor barone, con tutto il rispetto, non è roba per voi. Abbiamo soltanto carne di maiale e fagioli.
- Caldi?
- Sì, signor barone. Li abbiamo appena tolti dal fuoco. La cena è pronta.
- Perfetto, Erasmo. Portami due belle porzioni nell'appartamento. Ah! A proposito. Quel delizioso vino rosso dell'altra volta?
- Signor barone, voi mi confondete. È vino fatto in casa da mia moglie. Ma ne ho conservato una damigiana per voi.
- Svelto, Erasmo. Ho una fame da lupo e una sete di cammello. Quel tuo vino è stato una squisitezza. Porta i miei ringraziamenti e i complimenti a tua moglie.
Erasmo, lusingato per gli apprezzamenti del barone, si precipitò nella mensa e, in quattro e quattr'otto, mise in un cesto una sontuosa cena, a base di calde costolette di maiale e di fragrante zuppa di fagioli, nella quale galleggiava una bella cotica. Due bottiglie di vino, una d'acqua - ovviamente, per la signora - e una morbida pagnotta di pane, sfornato proprio quel pomeriggio.

Attraversò l'aia di corsa, per non far raffreddare la cena. Bussò. Venne il barone ad aprire la porta e a ritirare il cesto con la cena. Nel salotto il tavolo era apparecchiato per due. Due lumi a petrolio illuminavano l'ambiente. Ma non vide la signora.
- Erasmo, domattina partirò presto. Non so se potrò vederti. Sebastiano ti ha già detto tutto. So che sei un uomo sveglio. Tieni, sono soltanto due ducati. Te li sei ampiamente guadagnati. Abbi cura della signora.
- Signor barone, grazie. Voi siete sempre buono con me. Non dubitate. Saprò meritare la vostra fiducia. Vi auguro una buona notte.
Tornò verso gli alloggi senza passare dalla mensa. Doveva prima riporre in luogo sicuro i due ducati, poi avrebbe cenato. Una ridda di domande affollò la sua mente, ma non riusciva a dare una risposta. "Comunque, - pensò - da quello che vedo, il barone mi sembra diverso dalle altre volte."

L'inatteso arrivo del barone aveva reso Lucia pazza di gioia. Gioia che divenne incontenibile, quando lui le disse che avrebbero trascorso la notte insieme. Lo abbracciò ripetutamente, lo baciò, gli fece mille moine.
- Alberto, che gioia! Noi due soli per tutta la notte! Grazie, grazie, grazie. Adesso mi faccio bella e, dopo cena, voglio stringermi forte forte a te.

Avrebbe voluto parlargli di quanto accaduto alla villa, ma non voleva sciupare il momento magico. Alberto tutto per lei, senza la preoccupazione della signora che scampanella. Gli avrebbe parlato un'altra volta.
Cenarono in silenzio. L'atmosfera, pur cosi irreale, era molto intima. Il barone mangiò con appetito e diede fondo a una bottiglia di vino. Al termine, si alzò e andò a sedersi davanti al caminetto, già acceso. Lei si accoccolò ai suoi piedi, la testa appoggiata sulle ginocchia, con lo sguardo quasi implorante. Il barone le passò una mano nei capelli e rabbrividì. Le carezzò il collo, seguendo la linea della giugulare. Poi, le baciò quei luminosi occhi neri come l'ebano. Fu un'esplosione di sensi. La prese sull'impiantito, davanti al caminetto.

Fu una corsa sfrenata, senza inibizioni di sorta. Lucia aveva una sessualità innata e la esternava tutta. Alberto, nonostante il suo passato e le sue esperienze, ne era turbato. Stettero così, l'una a fianco all'altro. Mano nella mano, i corpi accaldati e ansanti, davanti al camino scoppiettante. Fu lei a muoversi per prima. Gli si accostò e poggiò la testa sul petto.
- Berto, come batte forte il tuo cuore!
- Batte solo per te, Lucia.
- Ah, sì! Andiamo a letto, allora, e dimostrami che è vero.
- Aspetta Lucia, prima vorrei parlarti della tua permanenza nella masseria. Finché non partorisci, non posso riportarti alla villa. Capisci? Mia moglie. Perciò dovrai rimanere qui. Sono certo che ti troverai bene. Io cercherò di venire spesso, cosi staremo sempre insieme. Di una cosa ti prego: non dare confidenza a nessuno. Stai lontana dagli inservienti che lavorano alla masseria e fidati di me. Adesso, se vuoi, possiamo andare a letto, ma solo per dormire, capito?

Proposito non facilmente mantenibile per il barone. Lucia era una forza della natura e, anche con un semplice starnuto, risvegliava sensi e appetiti. Nel letto continuarono a lungo il discorso interrotto davanti al camino. Il barone, mentalmente, ringraziò il buon Dio, per avergli dato quello che gli spettava: una moglie devota e il figlio che stava per arrivare. Il piano per liberarsi di Lucia? Per il momento lo scacciò dalla mente. Adesso doveva solo godersi quel corpo, ancora armonioso, nonostante l'incipiente maternità, il più a lungo possibile.

Dopo quella sera, le visite del barone divennero sempre più frequenti. S'interruppero a metà maggio, senza preavviso e senza che nessuno, alla masseria, ne sapesse il motivo.

Anche Lucia, che, per ingannare il tempo, si era dedicata al ricamo, non riusciva a darsi una spiegazione. Ormai la sua maternità era evidente. Provò a chiedere al fattore. Ma, Sebastiano era un muro impenetrabile. Ripiegò su Erasmo, sicuramente più malleabile del fattore. Approfittò del suo onomastico per rompere il ghiaccio. Finora si erano limitati al solo saluto, anche piuttosto fugace. Quella mattina del 2 giugno, gli si avvicinò.
- Buongiorno Erasmo. E, tanti auguri! Pensavo che di non vederti oggi. Non vai a casa, per festeggiare il tuo onomastico?
- Eh, cara signora! Le bestie non capiscono la festa. Ci andrò stasera. Castellone è tutta imbandierata. Hanno messo anche i festoni illuminati con candele colorate.
- Da quando non vedi il barone?
La domanda colse Erasmo alla sprovvista. Lui sapeva dov'era il barone, ma aveva avuto ordini tassativi. - "Quella signora non deve sapere nulla."
- Non lo so signora. Non lo vedo da almeno venti giorni.
- Sei un pessimo bugiardo, Erasmo. Io lo so, lo hai incontrato ieri sera in chiesa, durante il vespro in onore di Sant'Erasmo. Che succede? C'è qualcosa che non devo sapere?
Erasmo sentì un sudore freddo lungo la schiena. "Come diavolo ha fatto a saperlo? Da me, certo che no!" Pensò. E, allora? Nessun altro, alla masseria, poteva sapere!
- Signora, perdonatemi. Non capisco come fate a saperlo, ma io ho avuto l'ordine di non dire niente. Il barone non perdona chi trasgredisce i suoi ordini. Io non posso dirvi nulla. Sabato viene il fattore. Chiedete a lui.
- È inutile, Erasmo. Tu lo sai benissimo che con Sebastiano è tempo perso. È peggio di una tomba. Suvvia, ditemi almeno come sta.
- Ah! Ah, sta bene! Sta bene. Il signor barone è un bell'uomo, ma quando indossa la divisa d'Uffiziale dei Dragoni è anche più bello. Le donne se lo mangiano con gli occhi.

Avesse potuto morsicarsi la lingua! Ormai era fatta, gli era scappata la notizia e ritenne giusto completarla.
- Signora, mi affido a voi. Mi raccomando, salvatemi, non parlate col barone di ciò che sto per dirvi. Il barone mi scuoia vivo, se non l'avrà già fatto Sebastiano. Povero me! È vero, l'ho incontrato ieri sera al vespro. Era in compagnia della signora baronessa e indossava la sua divisa d'Uffiziale dei Dragoni. Era venuto per chiedere la protezione di Sant'Erasmo, perché stava partendo per la Calabria. Pare che un bandito (mi sembra che si chiami Giuseppe Garibaldi), con una torma di scalmanati ed ex detenuti, sia sbarcato prima in Sicilia e poi in Calabria.
- Mio Dio! Ma, allora, sta andando alla guerra?
- Ma no signora, che dite? Ve l'ho detto. È solo un bandito con quattro scalmanati, avanzi di galera. Succederà come nel 57. Sì, se non ricordo male, fu proprio nel giugno di tre anni fa. Certo, voi siete troppo giovane per ricordare. Anche allora un pugno di scalmanati sbarcò a Sapri, con l'intento di togliere il nostro Re e metterci un altro. Eh, cara signora! Il mondo di oggi è impazzito; manco i Re lasciano in pace. A proposito. Scusatemi signora, ma come avete saputo di ieri sera?
- È un segreto, Erasmo. Sta tranquillo. Parlerò io col barone. Scusami adesso, ma il sole mi sembra già molto caldo, meglio che rientri. Buona giornata Erasmo e... tanti auguri!
- Grazie signora. Scusate, perdonate l'ardire. Voi, così fine e così giovane, sola in questa masseria con tutti uomini. Capite? Nelle vostre condizioni... volevo dire che... non so se mi posso permettere, ma non ho ancora visto un'altra donna con voi. Se dovesse succedervi qualcosa... capite?
- Mio buon Erasmo, grazie per l'attenzione. Per adesso mi sento bene. In quanto al mio stato... c'è tempo Erasmo, c'è tempo.
- Capisco signora. Volevo solo dire che se avete bisogno, posso far venire mia moglie a tenervi compagnia. Un poco di aria di campagna farebbe veramente bene anche a lei. Povera donna, sempre in casa a sgobbare per i figli.
- Veramente non vorrei scomodare tua moglie. E, poi, credo che il barone avrà già provveduto in qualche modo. In ogni caso, ti ringrazio e me ne ricorderò.
Lucia sollevò leggermente la lunga gonna e, con molta grazia, rientrò nell'appartamento, lasciando Erasmo sorpreso ed esterrefatto per la lunga chiacchierata.

Nel chiuso dell'appartamento, Lucia, pensando alle parole di Erasmo, pianse. Perché Alberto non le aveva detto nulla della sua partenza? Sentì un leggero brivido lungo la schiena, ma non riuscì a trovare una spiegazione. Perché non è venuto a salutarla, prima di partire? Prese il telaio del ricamo e cercò di rilassarsi.
Trascorse la festa di Sant'Erasmo, trascorsero altri giorni. Il barone non diede alcuna notizia di se. Provò a chiedere a Sebastiano, anche se conosceva la risposta. Questa volta, però, con sua grande sorpresa, Sebastiano rispose:
- Presto, signora. Molto presto.
Le parole di Sebastiano la misero in agitazione. Rientrò nell'appartamento e accese il fuoco per scaldare l'acqua. Improvvisamente, le era venuta voglia di fare un bagno. Ripensò alle parole di Sebastiano ed ebbe come un presentimento. "Alberto verrà questa sera, ne sono certa. Adesso mi preparo. Dovrà trovarmi profumata come una rosa."

Si preparò un bel bagno, ma prima si fermò davanti allo specchio grandissimo, che rifletteva tutta la sua persona. Nuda davanti allo specchio, Lucia si accarezzò i fianchi. "Alberto, amore mio, come mi sono ridotta. Perdonami! Sarò molto dolce e mi farò perdonare." Al solo pensiero che Alberto sarebbe venuto, entrò in agitazione. "Presto. Adesso faccio il bagno e metto la veste più bella. Poi chiamo Erasmo e gli faccio preparare una bella cena. Oh, amore mio, Alberto carissimo, perché devi sempre andare via?" Per la prima volta, da quando era alla masseria, sentì il desiderio di una compagnia femminile, con la quale poter scambiare quelle confidenze e apprensioni di donna in attesa. Ripensò alla proposta di Erasmo e decise che ne avrebbe parlato con Alberto.

Alberto, Ferdinando, Carlo Manzano, barone della Torretta, gentiluomo di corte, si presentò all'imbrunire, in divisa di maggiore dei Dragoni. Lucia, nel vederlo, sentì il cuore correre all'impazzata. Erasmo aveva avuto ragione. In divisa il suo Alberto era ancora più bello; e sembrava anche più giovane. Per la prima volta sentì una punta di gelosia. "Come si permettono le altre di guardare il mio uomo? Il padre del figlio che porto in grembo?"

Fu un gesto istintivo, dettato dal forte desiderio per il suo Alberto. Gli corse incontro. Incurante degli inservienti, che attorniavano il barone, gli piombò letteralmente addosso.
- Lucia! Ma, che ti prende? Torna immediatamente in casa e aspetta!
Fu come ricevere una frustata in pieno viso. Avvampando di vergogna e di rabbia, Lucia tornò nell'appartamento. Poco a poco, la rabbia sbollì: "Perdonami Alberto, ma ero sopraffatta dalla gioia di vederti. Perdonami, perdonami! Non lo farò più. Prometto." Si rasserenò e restò in attesa.

Era notte inoltrata, quando Alberto aprì la porta. Lucia si alzò in piedi, ma non gli corse incontro. La lunga attesa aveva riacceso la sua rabbia. Alberto, senza degnarla di uno sguardo, si diresse direttamente verso il lume. Tutta la stanza fu illuminata. Si tolse con calma la sciabola dal fianco e la depose sul tavolo. Si svestì completamente e indossò la rituale vestaglia da camera. Solo allora si voltò verso di lei.
- Vieni qua, tra le mie braccia, piccola gatta selvatica. Scusami per prima, ma ero molto nervoso. Anzi lo sono ancora, ma non è giusto che lo scarichi su di te.
Lucia, con una leggera titubanza, si mosse verso di lui, in attesa al centro della stanza con le braccia allargate. Gli si fermò davanti e lo guardò diritto negli occhi, come mai aveva fatto nel passato.
- Alberto, chi sono io per te? Porto tuo figlio in grembo e ti amo. Non sono il tuo passatempo e devi rispettarmi. Sempre. Anche quando ci sono persone estranee. Anzi, particolarmente quando ci sono persone estranee. Mi hai capito?
Alberto restò letteralmente esterrefatto. Lucia? Quella piccola zotica si permetteva di riprendere lui, il barone della Torretta! La afferrò per le spalle e la scosse energicamente.
- Non ti permettere più di rivolgerti a me con queste espressioni. Io sono il barone della Torretta e faccio di te quello che voglio.
- Se questo è il tuo pensiero, domani fa venire il fattore e fammi portare a casa mia, dai miei genitori, dai miei fratellini. Il figlio che porto in grembo crescerà in povertà, ma fra gente onesta e timorata di Dio.

Ancora una volta il barone restò allibito. Guardò attentamente Lucia. "No, non può essere la stessa Lucia che ho conosciuto. Questa deve essere un sosia." Pensò.
- Che dici? Ti da di volta il cervello? Tu non andrai da nessuna parte. Porti mio figlio in grembo! Non permetterò che diventi un cafone o, peggio, un pecoraio. Adesso vieni qua e abbracciami. Non voglio ripetermi.

Per tutta risposta, Lucia, ignorando l'invito, si voltò e si diresse verso la stanza da letto. Il barone, furente per il suo comportamento, le piombò alle spalle e la rigirò.
- Tu, piccola sgualdrina, non volterai più le spalle al barone della Torretta. Adesso t'insegnerò io come dovrai comportarti nel futuro.

Lucia si era preparata a una notte d'amore con il suo Alberto. L'aveva aspettato con trepidazione. Mai avrebbe potuto immaginare che lui potesse essere così perfido. Il barone le sfilò facilmente la vestaglia e se la ritrovò, davanti, completamente nuda. La rigirò e la spinse sul letto. Pochi istanti dopo, Lucia scoprì, per la prima volta, quanto crudele sapesse essere il barone. Non poté urlare, perché le tappò la bocca con la mano, ma il dolore che avvertì fu lancinante. In quel preciso istante, odiò il barone.

Rimase distesa sul letto, stordita dal dolore e dal bestiale comportamento di Alberto che, intanto, si stava rivestendo. Restò ferma, senza girarsi, col viso bagnato dalle lagrime. Non voleva vederlo. Anzi, non voleva rivederlo più! Le lacrime di dolore si trasformarono in lacrime d'amarezza e bagnarono il cuscino, sul quale aveva ricamato le loro iniziali. Doveva essere una sorpresa. La voce di lui le rimbombò nel cervello, come una cannonata.
- Sto andando via e non so quando ritornerò. Quando succederà, procura di avere le idee più chiare.
- Alberto, perché?
- Non chiamarmi più Alberto. Da questo momento, per te, io sono soltanto il barone. E ricorda! Ogni volta che mi mancherai di rispetto, o commetterai qualche mancanza, riceverai la stessa punizione. Con una piccola variante: dopo di me, farò venire tutti gli inservienti della masseria. Anche loro hanno diritto a un poco di divertimento.

Lucia non sentì nemmeno lo sbattere della porta; ma non avvertì più nemmeno il dolore. Le parole del barone le avevano ucciso il cuore! Quella sera, il giovane cuore innamorato di Lucia divenne arido. La donna divenne "femmina" e, questa, giratasi verso la porta, buttò fuori tutto il suo veleno.
- Barone Alberto Manzano della Torretta! Che tu sia maledetto! Tu e la tua genia.
Le parole, piene di livore, le uscirono taglienti come lame. Fu solo un attimo. Lo specchio! Vide la sua persona e le rotondità della pancia!
- Oh, Dio, no, no! Dio mio, no! Mio figlio no! Madonna della Civita, Anime del Purgatorio, vi prego, mio figlio no! - E scoppiò in un pianto dirotto.
Pianse. Quanto tempo trascorse? Non si accorse nemmeno che il lume si era spento. Rimise la vestaglia e uscì dall'appartamento. Nel buio di quella calda notte senza luna, il cielo mostrava tutta la Via Lattea. Lei non sapeva nulla di stelle, di pianeti. Sapeva solo quello che aveva sentito dal padre.
- Le pecore vanno tosate a mancanza di luna. La lana è più morbida. In altri momenti diventa rasposa.

Una stella, in particolare, attirò la sua attenzione. Era così luminosa che risaltava su tutte. La osservò a lungo e, alla fine, decise di rivolgerle una preghiera.
- Cara stella! Tu sei così luminosa perché, sicuramente, sei più vicino a Dio. Ti prego, parlagli. Digli di scansare mio figlio dalla maledizione. Lui non ha colpe. Ti prego. Digli di punire me, di punire il barone, non mio figlio.

Il luccichio della stella, a un tratto, le parve più intenso. Anzi, sembrò che vibrasse, come se le stesse dicendo qualcosa. "Grazie stella. Ora potrò dormire tranquilla." Ritornò nell'appartamento e riaccese il lume e il fuoco. Doveva assolutamente fare un bagno. Sul suo corpo non doveva restare nessuna traccia del barone. In quanto al figlio, era suo, solamente suo. E tale doveva restare. L'uomo che l'aveva concepito era morto!

Il bagno la rilassò. Impiegò molto tempo a spazzolarsi i capelli, ogni spazzolata sembrò una carezza, anche se il viso non tradiva alcuna emozione. Trascorse ancora del tempo davanti allo specchio, poi andò a letto. In pochi minuti, piombò in un sonno ristoratore.

- Oh, Sant'Iddio, signora! Che vi è successo ai capelli?

La voce di Erasmo esprimeva meraviglia e preoccupazione, ma Lucia non batté ciglio. Si era svegliata tardi e aveva appena terminato di pulire casa, specialmente davanti allo specchio. Anche qualche inserviente, lì vicino, la guardò intensamente. In ognuno c'era curiosità, anche tanta meraviglia, ma nessuno disse una parola. La bella chioma corvina di Lucia era scomparsa! I corti capelli rimasti, tagliati senza criterio alcuno, adesso le davano la giusta fisionomia di fanciulla un po' monella. La sua bellezza non ne risentì, ma sembrò a tutti più vicina a loro.
- Signora, vi prego, ditemi qualcosa. Vi sentite bene? Devo essere preoccupato?
- No, Erasmo. Ho solo bisogno di parlare con qualcuno. Quando può venire tua moglie? È sempre valida quella tua proposta?
- Certo, signora! Questa sera, dopo la mungitura, prendo il calesse e vado a Castellone. Domattina tornerò con mia moglie Elisa.

Lucia ringraziò Erasmo e tornò in camera. Invece del telaio, prese la federa ricamata e disfece le iniziali. Poi, per ingannare il tempo, prese il sillabario che le aveva dato la signora. Riprese a studiare per imparare a leggere e scrivere. Suo figlio non sarebbe stato il figlio di una zotica, come aveva detto il barone. Lucia aveva cervello da vendere. Se motivato - e come se lo era! - diventava eccezionale. In più, la femmina aveva preso il sopravvento sulla donna!

Erasmo fu di parola. La mattina dopo ritornò da Castellone con la moglie. L'incontro, fra le due donne, fu molto cordiale. Sembravano madre e figlia ed Elisa le dimostrò subito molto calore.
- Oh, povera figlia! Come ti sei conciata? Vieni, andiamo dentro.
Le due donne, seguite da Erasmo, si avviarono verso l'appartamento. Prima di entrare, Elisa si voltò e, con modi alquanto sbrigativi, congedò il marito.
- Vai a fare le cose tue. Queste sono cose di donne e voi uomini meno c'entrate, meglio è. Vieni, figlia mia, entriamo. Vergine Santissima, come s'è ridotta!
L'interno della casa, con la presenza di Elisa, apparve a Lucia subito più caldo. La scorza di durezza della notte scomparve di colpo e ridivenne la dolce fanciulla di sempre. Buttò le braccia al collo di Elisa e cominciò a piangere. Furono lagrime liberatorie ed Elisa capì.
- Povera figlia mia! Piangi, sfogati pure. Da adesso non devi avere più preoccupazioni e paure, altrimenti partorisci un figlio timoroso di tutto e tutti. Sono qui per te e ti voglio bene.

Le parole di Elisa furono un balsamo per l'animo di Lucia. Appena due sere prima il mondo le era crollato addosso. Le parole, unitamente al comportamento di Elisa e al suo innato senso pratico, fecero rinascere in Lucia fiducia e speranza.
- Grazie, signora Elisa. Vi sto dando tanto disturbo.
- Ma che signora? Chiamami Elisa. Potrei essere tua madre, potrei. Ho lasciato i miei figli a Castellone, ma non mi preoccupano. Se ne andranno per tutta la giornata a Sarinola, poi andranno da mia madre, che non vedeva l'ora di averli con sé per qualche giorno. Adesso, se vuoi, parlami pure, sfogati. Tutto quello che dirai, resterà un nostro segreto. Per questo non ho voluto che Erasmo fosse presente.
- Grazie Elisa. Mi sento molto sollevata e mi rammarico di non aver accettato l'offerta di Erasmo, quando me ne parlò. E tu, ti prego, continua a chiamarmi "figlia mia". Mi farai sentire come fossi a casa mia.

Elisa la abbracciò con quel tipico gesto materno che, nello stesso tempo, è pieno d'affetto e di grande sicurezza.
- Certo che potresti essere mia figlia. Sapessi quanto l'ho desiderata? Quanti anni hai, Lucia?
- Sono nata il 4 novembre 1845. Me l'ha detto la signora baronessa. Mamma mi diceva che sono nata la mattina di San Carlo. Voleva chiamarmi Carolina, come la Regina, ma mio padre mi diede il nome di nonna.
- Bene! Adesso pensiamo a te e al figlio che porti in grembo. Ormai sei una donna e devi pensare a lui. Vuoi che ti accompagni da tua madre?
- Mi farebbe piacere ma... povera donna! Credo che abbia superato da poco la trentina e già pare una vecchia. Ha messo al mondo ben nove figli, tutti viventi. Ha già una vita di sacrifici e di privazioni; non voglio procurarle altri dispiaceri.
- Ma, Lucia, che dici? Noi donne siamo fatte per fare figli. Certo è sempre meglio quando vengono da un marito. Ma, per noi donne, un figlio è, e rimarrà, sempre un figlio, indipendentemente dal marito, o dal padre. Siamo noi che lo portiamo nel grembo per nove mesi, che vive col nostro sangue. Poi arriva l'uomo... noi donne sopportiamo tutto il sacrificio e lui dice: - "È mio figlio!" - A proposito, a che mese stai?
- Non lo so Elisa. La mia prima mancanza è avvenuta verso la metà di Febbraio.
- Bene! Allora dovresti partorire tra la fine di Ottobre e i primi di Novembre. Sei prima mamma e potresti anche sballare il conto di qualche giorno, ma non ti preoccupare. Quando sarà, io starò vicina a te. Nel frattempo, però, cerchiamo di dare una sistemata ai tuoi capelli. Ma guarda come s'è conciata? Non sarà facile, ma quando partorirai, tuo figlio dovrà trovare la sua mammina in perfetto ordine. Deve essere orgoglioso di te, perché sei bella.

Lucia abbracciò Elisa con trasporto e gratitudine e si sentì molto rilassata. Ora il mondo le sembrò meno ostile e si sentì pronta ad affrontarlo.
- Come succede, Elisa? Farà molto male? Quando mamma doveva partorire, papà, se il tempo lo permetteva, ci mandava fuori a cercare corbezzoli o altre bacche. - "Mi raccomando a te, Lucia. Presta attenzione ai tuoi fratelli e sorelle e tornate verso sera." - Mi diceva papà. Anche se andavamo su per la montagna, la vallata ci portava le urla di mamma.
- "Partorirai con dolore", sta scritto sulla Bibbia. Ma non ti preoccupare Lucia. È uno strano dolore. Non fa male. Altrimenti le donne farebbero sempre e soltanto un figlio. E, poi, serve a impressionare gli uomini. Per questo che li teniamo in disparte, quando partoriamo.

Risero entrambe. Fra le due donne si stabilì una perfetta sintonia. Dopo la strana, inspiegabile durezza della baronessa, Elisa portò serenità nel cuore di Lucia.
- Dimmi Lucia. Se lo vuoi, però. Come sei finita in casa dei Manzano? È vero che ti ha comprato con venti ducati?
Lucia, ormai rasserenata, prese a raccontarle la sua vita in casa dei Manzano, delle attenzioni della baronessa e del barone, ma anche dell'oltraggio ricevuto la sera prima e del consequenziale anatema. Disse, ovviamente, tutto quello che sapeva. Elisa le ispirava fiducia e lei gli aprì il cuore.
- Elisa, il buon Dio punirà anche il mio bambino?
- Figlia mia, il tuo è stato un momento di rabbia. Sicuramente non hai pensato a quello che dicevi. Non ti preoccupare. Sabato, quando ritornerò a Castellone, andrò a parlare con don Luigi, il curato della chiesa del Carmine. Lui, senz'altro, saprà spiegare meglio la faccenda. Sta tranquilla. Il buon Dio ha ben altro da fare, che pensare a noi poveracci.

Elisa non poteva prevedere la risposta del prete. La vicenda di Lucia era di dominio pubblico. La ragazza, dopo aver circuito il barone, che le aveva fatto solo del bene, aveva rubato due orecchini alla signora baronessa. Orecchini che erano stati trovati dal barone, presente la baronessa, sotto il materasso della ragazza, nella sua cameretta. Anzi, bisognava riconoscere la grande bontà del barone che, nonostante tutto, la mandava a vivere nella sua masseria di Farano dove, a quanto si dice, "pare stia scontando anche la colpa del frutto dei suoi peccati."
- Sta lontana da quella strega, cara Elisa. Sembra che sia un'indemoniata e il demonio, è risaputo, sceglie sempre le femmine più belle per far dannare l'uomo. Nulla ha potuto, però, con la signora baronessa, santa donna. Non solo ha perdonato il marito, ma, ogni giorno, fa dire una messa per la salvezza dell'anima di quella sciagurata e del figlio che porta in grembo.

A casa, Elisa, dopo che tutti si erano addormentati, svegliò delicatamente il marito. Quello che aveva sentito dal prete era gravissimo e doveva parlagli assolutamente. Lo ragguagliò dettagliatamente, cercando di ricordare anche le inflessioni di voce del prete. Non nascose le sue preoccupazioni, comprese le eventuali ritorsioni del barone e della baronessa.
- Senti Elisa. Quella ragazza, ormai, è da più di due mesi che vive alla masseria.

Quando la portò, il fattore mi disse che era la "pupilla del barone". Io non ci ho trovato alcunché di strano. Però, non capisco. Lucia è stata esiliata alla masseria, perché rea di furto di due orecchini, che sono stati trovati sotto il materasso, nella sua cameretta, dal barone e dalla baronessa. Questo è avvenuto oltre due mesi fa. Fino a quindici giorni fa il barone, che sapeva Lucia una "ladra", veniva troppo spesso a trovarla e trascorreva la notte con lei. Cioè, con la ladra che proprio lui aveva smascherato! Ti sembra logico tutto questo? Poi è partito per la Calabria.

Al ritorno, senza nemmeno togliersi la divisa, quindi senza passare prima dalla baronessa, sua moglie, è venuto direttamente a Farano. Lucia, quando lo ha visto, gli è corsa incontro e lo ha abbracciato, davanti a tutti noi. Lui la scansò, in quel modo brusco che conosciamo benissimo, e le ordinò di rientrare in casa. Non posso sapere quello che è successo tra loro due, quando sono stati da soli. So soltanto che, poco dopo la mezzanotte - e questo non era mai accaduto nel passato - il barone ha chiamato per sellare il cavallo e se n'é andato. Lo stalliere mi ha detto che era scuro in volto. Nella tarda mattinata, Lucia è uscita dall'appartamento con tutti i capelli tagliati. Come l'hai trovata. Non mi sembra il comportamento di un'indemoniata, come dice il curato, ma, piuttosto, quello di una creatura offesa, calpestata e disperata.
- Che vuoi capire più del prete?
- No, no! Ma avendo a che fare con gli animali, capisco di più le persone. Lucia ha bisogno del nostro aiuto e, se non glielo dai tu, provvederò io in qualche modo.
- Va bene. Adesso dormiamo. Domani tornerò a parlare col prete e, poi, vedremo.

Elisa non riuscì a prendere sonno. Le parole del prete le avevano dato una forte scossa, ma il ragionamento del marito non faceva una grinza. Perché il barone andava a trovare Lucia, quando sapeva che era una "ladra" che, proprio lui, aveva smascherato? "Bontà di Dio! Ho chiesto tutto a quella benedetta figliola, non le ho mai chiesto direttamente il nome del padre di suo figlio."

Trascorse oltre una settimana, prima che Erasmo potesse riportare la moglie alla masseria. Elisa, nel frattempo, non era rimasta inoperosa. Incontrava la domestica anziana del barone quasi tutte le mattine, al mercato delle erbe. Non le ci volle molto per attaccare bottone.

- Beata te, che stai al servizio in casa del barone. Io, mio marito lo vedo una volta la settimana e devo anche dire grazie a Dio. Non ci manca nulla, ma ai figli devo fare da padre e da madre. E ti posso assicurare che, più crescono, più diventano delinquenti. Almeno avessi avuto una figlia!
- Che vuoi che risponda, cara Elisa? È una vita che sono al servizio del barone. Prima col padre, buonanima, poi con lui. Non mi sono mai sposata e tratto come un figlio il barone Alberto. Come è bello! Tutto suo padre. E pure lui, con lo stesso destino del padre. Anche il barone padre, con le donne... Mah! Sia fatta la volontà del Signore!
- A proposito! Non vedo più quella bella fanciulla che accompagnava sempre la baronessa.
- Dio ne scampi e liberi noi peccatori! La baronessa la trattava come una figlia e lei andava a letto col barone. Pover'uomo! Nelle sue condizioni, con una moglie sempre sofferente, qualsiasi uomo avrebbe ceduto. Quando il barone era in casa, quella strega, perché deve essere per forza una strega posseduta dal demonio, quella strega, dicevo, ogni notte andava a dormire nel suo letto. Lo dico perché il barone ha chiesto perdono alla moglie e, quella santa donna, lo ha perdonato. Però, non ha voluto più vedere quella strega. Ti giuro che le ha spezzato il cuore.
- Ma, si dice in giro che era una ladra. È vero?
- Elisa mia, perdonami. Io sono una povera vecchia e, sul momento, l'ho creduto anch'io. Poi, da certi comportamenti del barone, ho capito che c'era qualcosa che non quadrava. Pensa! Prima mi chiama per farsi accompagnare nella stanza di Lucia, dove ho trovato gli orecchini sotto il materasso. Poi mi ordina di lasciarli dov'erano e di non fare parola con nessuno, nemmeno con la baronessa. Infine, invece di punire Lucia, la manda alla masseria. Che senso ha? Beato chi ci capisce. Ma, ripeto, sono vecchia e non so dove andare. Spero di morire in quella casa. Adesso lasciami andare, che sono in ritardo. Mi raccomando! Acqua in bocca!
- Sarò una tomba. Giuro! - Elisa accompagnò le parole incrociando le dita e ponendole sulla bocca.

"Dunque, mio marito ha ragione! E che mi ha raccontato il curato?" Pensò Elisa.Senza perdere tempo, andò in chiesa.


- Don Luigi, ho come un tarlo nel cervello e ho bisogno di parlarvi. Però, non voglio gente intorno.
- Andiamo nel confessionale, allora!
- No, no, don Luigi. Non mi devo confessare. Ho solo da chiedere delle spiegazioni a riguardo al discorso dell'altro giorno. Ricordate? Quella fanciulla del barone della Torretta?
- Ancora? Ti ho detto tutto e lo ripeto. Sta attenta! Quella è un'indemoniata!
- Don Luigi perdonatemi. Sì, sì, è un'indemoniata. Come dite voi! Ci mancherebbe! Voi siete una persona istruita, un servo di Dio, ma io ho un dubbio: è un'indemoniata e non è stato mai chiamato una padre esorcista? Anche un indemoniato è creatura di Dio. Almeno un tentativo di scacciare il demonio va fatto. A quanto mi avete detto, non è mai stato fatto nulla, nemmeno un'aspersione con l'acqua santa.
- Elisa, vai via. Lasciami in pace. Cosa vuoi capire tu delle cose di chiesa? Il barone ha detto che la ragazza è indemoniata e così sia.
- Scusate il disturbo don Luigi. Era quello che volevo sentir dire. Chi sono io, povera donna, ignorante delle cose di chiesa, da poter capire le cose che capisce il barone? Grazie, don Luigi. Adesso il mio dubbio è fugato e non v'importunerò ancora.

Di ritorno a casa, prese la sua decisione: a modo suo, avrebbe aiutato Lucia! La sua famiglia dipendeva dal barone e non poteva certo urtarne la suscettibilità, ma non poteva abbandonare quella fanciulla, abbandonata anche dalla chiesa. La chiacchierata con la domestica, che non si era mai sposata perché, vox populi, aveva dato tutta se stessa alla famiglia Manzano, particolarmente ed esclusivamente al barone padre, con il quale, semper vox populi, aveva trascorso tantissime notti in compagnia, la reazione del prete e le deduzioni del marito, l'avevano convinta pienamente. Lucia era l'innocente vittima delle mene poco edificanti del barone che, talis pater, talis filius, certamente non doveva avere l'aureola.

Quando Elisa tornò alla masseria, Lucia la salutò con molto calore. Si vedeva chiaramente che era stata in ansia. Ma Elisa non pensò nemmeno a darle il buongiorno. Le pose la domanda a bruciapelo!
- Lucia, il barone lo sa che il figlio è suo?
- Elisa! Ma, certo che lo sa! Lui è stato l'unico uomo della mia vita. Cosa pensavi che trescassi con la servitù? O, con altri?
- Niente di tutto questo, figlia mia. Perdonami la crudezza, ma dovevo farlo. In paese corrono strane voci sul tuo conto. Qualcuno parla di orecchini...
- Quali orecchini? Che c'entrano con la mia situazione?
- Lucia ti ricordi gli orecchini della baronessa che, prima sparirono e, poi, furono ritrovati?
- Certo che li ricordo! Sparirono, ma non furono ritrovati. Ma, che c'entrano con me?
- Invece sono stati ritrovati. Adesso cerca di ricordare bene. È importante. Cosa successe dopo la sparizione degli orecchini? Cerca di ricordare tutto.
- Oh, Dio, Elisa! Mi stai mettendo paura. Cosa devo ricordare?
- Lucia, è vero che tutte le notti andavi a dormire col barone. Non devi vergognarti. Se c'è una persona che dovrebbe vergognarsi, è solo lui. Cerca di ricordare tutto quello che successe dopo la sparizione degli orecchini. Il barone ti ha detto qualcosa? La baronessa? Cosa ti ha detto la baronessa?
- Ma niente! Elisa, ti prego. Non capisco. Che c'entrano gli orecchini della baronessa? In casa lo sapevano tutti, che lei se li toglieva ogni sera e li riponeva nel cassetto. Spesso lo facevo io stessa.
- E, il barone?
- Il barone, cosa?
- Ti ha detto qualcosa? Subito, o dopo? Insomma, ti ha mai parlato degli orecchini?
- No! Mai.
- Sicura?
- Sicura, Elisa. Lo ricordo benissimo perché quella sera, quando andai a dormire da lui, accennai solamente alla sparizione degli orecchini e lui mi zittì. - "La faccenda è chiusa e non ci riguarda più. Abbiamo altro da pensare" - Furono le sue parole. Mi disse che, a causa della mia gravidanza, non potevo più rimanere nella villa, senza che la baronessa se ne accorgesse. Per evitare domande e difficili spiegazioni, era preferibile che io venissi a vivere alla masseria. - "Fidati di me. Dopo il parto troveremo una soluzione." - Io mi sono fidata ciecamente ed eccomi qua. Il resto lo conosci.
- Povera figlia mia! Ma non ti preoccupare. All'inizio dell'autunno verrò a prenderti e ti porterò a casa mia. Potrai partorire tranquillamente, non in mezzo alle stalle e con tutti questi uomini intorno che, al momento opportuno, non sapranno nemmeno cosa fare.

Per Elisa il quadro, adesso, era completo. Il barone, quel sant'uomo del barone, aveva architettato un bel piano, pensando che nessuno lo scoprisse. Ma adesso, Lucia non era più la fanciulla "comperata" con un pugno di ducati. Lucia aveva un figlio in grembo. E, quel figlio, era l'unico erede della famiglia Manzano della Torretta.









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Ultimo aggiornamento Venerdì 23 Aprile 2010 08:51
 
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