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| La maledizione di Lucia. Capitolo Settimo "La masseria di Farano" |
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| Notizie - Poesia e Narrativa | |||
| Scritto da Anonimo Formiano | |||
| Domenica 31 Gennaio 2010 11:38 | |||
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La maledizione di Lucia
Capitolo Settimo
![]() "La masseria di Farano"
Nella masseria di Farano, piccolo microcosmo alle pendici di Castellonorato, lavoravano una decina di persone. Tutti maschi. A sera, qualcuno tornava a casa, ma restavano sempre tre, o quattro inservienti. Sovrastante, in assenza del fattore, era Erasmo M. Abitava a Castellone, in piazza dell'Olmo. Moglie e quattro figli, tornava a casa solo il sabato, giorno di paga.
La masseria, in mezzo ad un vasto uliveto, era divisa in tre sezioni operative, che curavano mandrie di buoi, cavalli e pecore. Non c'era tempo per stare in ozio.
Erasmo aveva organizzato il lavoro di ognuno in modo razionale. Sia il barone, che il fattore, riponevano piena fiducia nel sovrastante. Il fattore, di norma, veniva alla masseria ogni sabato e vi restava tutta la giornata. Nel pomeriggio distribuiva le paghe e, dopo la mungitura, quasi tutti gli uomini sposati andavano a casa. Il barone, invece, veniva saltuariamente e all'improvviso. Sia solo, che accompagnato dall'immancabile e fido Sebastiano.
Destò, quindi, una certa sorpresa, l'arrivo del fattore, senza il barone, quel lunedì mattina. La sorpresa aumentò, quando dal calesse scese una donna, incappucciata e coperta da un lungo mantello. A mala pena s'intravedeva parte del viso.
- Buongiorno Erasmo. Aprimi l'appartamento del signor barone. - Buongiorno fattore. E il signor barone? - Fa come ti dico! Non fare domande. - Come comandate fattore. Prendo le chiavi. Accomodatevi pure. Erasmo capì a volo. Il fattore non si era mai portato una donna alla masseria. Né, addirittura, si sarebbe permesso di portarla nell'appartamento del barone. Al più avrebbe utilizzato un letto del dormitorio, magari chiedendogli proprio il suo. "No, no! - Pensò Erasmo. - Questa donna deve essere un'amante del barone." La donna, sempre a capo chino e coperto dal cappuccio del mantello, si avviò verso la porta indicata da Erasmo, mentre Sebastiano scaricava alcuni bagagli, sui quali spiccava lo stemma gentilizio dei Manzano. - Muoviti Erasmo. Dammi una mano a portare dentro i bagagli. I due uomini, presi i bagagli, seguirono la donna che, nel frattempo, era già entrata. Solo quando fu nell'appartamento Erasmo poté vedere interamente il viso di quella donna misteriosa. Lucia si era tolta il mantello ed Erasmo rimase colpito dalla sua bellezza. "Ma, è ancora una fanciulla!" Il suo silenzioso commento non andò oltre. Il barone era il padrone e la sua famiglia poteva vivere decorosamente, grazie alle laute paghe che distribuiva. La vita privata del barone non doveva assolutamente interessargli.
Deposti i bagagli, i due uomini uscirono, lasciando Lucia da sola. Il fattore fece cenno a Erasmo che doveva parlargli e si allontanarono verso la montagna.
- Senti Erasmo, quella fanciulla è la pupilla del signor barone. L'affido a te, in modo particolare. Trattatela tutti con molto rispetto. Di più non posso dirti. Se lo vorrà, sarà il barone stesso a dirti il resto. Si salutarono con un "arrivederci a sabato" e ripresero la strada del ritorno. Il fattore verso Mola e Castellone, il sovrastante verso la masseria. Lucia, rimasta sola, fece un giro di ricognizione dell'appartamento. Non era molto grande. Era, chiaramente, un appartamento spartano per un uomo solo. Una stanza con un letto matrimoniale, completa di bagno e stufa di coccio, più un salotto, con un caminetto ad angolo e una cucina di ghisa. Un tavolo, quattro sedie, due poltrone e un divano, completavano l'arredamento della casa. Anche qui, Lucia trovò una bella vasca da bagno e uno specchio per tutta la persona.
Aprì la finestra della stanza da letto, per dare aria e luce alla camera, e iniziò la sistemazione delle sue cose. Ogni oggetto, ogni vestito, la riportava alla villa, alla baronessa che non volle rispondere al suo saluto. Non l'aveva mai vista in quelle condizioni. Un viso duro e tagliente, con due occhi gelidi. "Quando verrà, Alberto mi dovrà spiegare l'atteggiamento della baronessa." Il barone arrivò a cavallo, quasi in sordina, la sera stessa. Come il solito, quando veniva da solo. Però, a differenza delle altre volte, oltre a venire col buio, non arrivò al galoppo; perciò nessuno avvertì l'arrivo del cavallo. Solo i cani abbaiarono, ma zittirono appena riconosciuto il barone che, sceso da cavallo, distribuì coccole e carezze a tutti. Erasmo capì dal loro abbaiare che doveva essere arrivato qualcuno conosciuto, ma non pensò a una venuta del barone. "Forse è qualche garzone che è rientrato." Pensò. A ogni buon conto, meglio dare un'occhiata.
- Signor barone! Buona sera signor barone. Quale sorpresa! - Buona sera Erasmo. Tutto a posto? - Tutto a posto, signor barone. Oggi è venuto il fattore... - Lo so Erasmo. Lo so. La signora? - È nell'appartamento, signor barone. Come avete comandato Da questa mattina non è mai uscita da casa ed io non so che fare. Ma, benedetto uomo, perché il fattore non mi ha avvisato della vostra venuta? Avremmo ucciso un agnello. - Non importa Erasmo, stai tranquillo. Sebastiano ha solo eseguito i miei ordini. Che cosa abbiamo per cena? - Signor barone, con tutto il rispetto, non è roba per voi. Abbiamo soltanto carne di maiale e fagioli. - Caldi? - Sì, signor barone. Li abbiamo appena tolti dal fuoco. La cena è pronta. - Perfetto, Erasmo. Portami due belle porzioni nell'appartamento. Ah! A proposito. Quel delizioso vino rosso dell'altra volta? - Signor barone, voi mi confondete. È vino fatto in casa da mia moglie. Ma ne ho conservato una damigiana per voi. - Svelto, Erasmo. Ho una fame da lupo e una sete di cammello. Quel tuo vino è stato una squisitezza. Porta i miei ringraziamenti e i complimenti a tua moglie. Erasmo, lusingato per gli apprezzamenti del barone, si precipitò nella mensa e, in quattro e quattr'otto, mise in un cesto una sontuosa cena, a base di calde costolette di maiale e di fragrante zuppa di fagioli, nella quale galleggiava una bella cotica. Due bottiglie di vino, una d'acqua - ovviamente, per la signora - e una morbida pagnotta di pane, sfornato proprio quel pomeriggio. Attraversò l'aia di corsa, per non far raffreddare la cena. Bussò. Venne il barone ad aprire la porta e a ritirare il cesto con la cena. Nel salotto il tavolo era apparecchiato per due. Due lumi a petrolio illuminavano l'ambiente. Ma non vide la signora.
- Erasmo, domattina partirò presto. Non so se potrò vederti. Sebastiano ti ha già detto tutto. So che sei un uomo sveglio. Tieni, sono soltanto due ducati. Te li sei ampiamente guadagnati. Abbi cura della signora. - Signor barone, grazie. Voi siete sempre buono con me. Non dubitate. Saprò meritare la vostra fiducia. Vi auguro una buona notte. Tornò verso gli alloggi senza passare dalla mensa. Doveva prima riporre in luogo sicuro i due ducati, poi avrebbe cenato. Una ridda di domande affollò la sua mente, ma non riusciva a dare una risposta. "Comunque, - pensò - da quello che vedo, il barone mi sembra diverso dalle altre volte." L'inatteso arrivo del barone aveva reso Lucia pazza di gioia. Gioia che divenne incontenibile, quando lui le disse che avrebbero trascorso la notte insieme. Lo abbracciò ripetutamente, lo baciò, gli fece mille moine. Avrebbe voluto parlargli di quanto accaduto alla villa, ma non voleva sciupare il momento magico. Alberto tutto per lei, senza la preoccupazione della signora che scampanella. Gli avrebbe parlato un'altra volta. Fu una corsa sfrenata, senza inibizioni di sorta. Lucia aveva una sessualità innata e la esternava tutta. Alberto, nonostante il suo passato e le sue esperienze, ne era turbato. Stettero così, l'una a fianco all'altro. Mano nella mano, i corpi accaldati e ansanti, davanti al camino scoppiettante. Fu lei a muoversi per prima. Gli si accostò e poggiò la testa sul petto. Proposito non facilmente mantenibile per il barone. Lucia era una forza della natura e, anche con un semplice starnuto, risvegliava sensi e appetiti. Nel letto continuarono a lungo il discorso interrotto davanti al camino. Il barone, mentalmente, ringraziò il buon Dio, per avergli dato quello che gli spettava: una moglie devota e il figlio che stava per arrivare. Il piano per liberarsi di Lucia? Per il momento lo scacciò dalla mente. Adesso doveva solo godersi quel corpo, ancora armonioso, nonostante l'incipiente maternità, il più a lungo possibile. Dopo quella sera, le visite del barone divennero sempre più frequenti. S'interruppero a metà maggio, senza preavviso e senza che nessuno, alla masseria, ne sapesse il motivo. Anche Lucia, che, per ingannare il tempo, si era dedicata al ricamo, non riusciva a darsi una spiegazione. Ormai la sua maternità era evidente. Provò a chiedere al fattore. Ma, Sebastiano era un muro impenetrabile. Ripiegò su Erasmo, sicuramente più malleabile del fattore. Approfittò del suo onomastico per rompere il ghiaccio. Finora si erano limitati al solo saluto, anche piuttosto fugace. Quella mattina del 2 giugno, gli si avvicinò. Avesse potuto morsicarsi la lingua! Ormai era fatta, gli era scappata la notizia e ritenne giusto completarla. Nel chiuso dell'appartamento, Lucia, pensando alle parole di Erasmo, pianse. Perché Alberto non le aveva detto nulla della sua partenza? Sentì un leggero brivido lungo la schiena, ma non riuscì a trovare una spiegazione. Perché non è venuto a salutarla, prima di partire? Prese il telaio del ricamo e cercò di rilassarsi. Si preparò un bel bagno, ma prima si fermò davanti allo specchio grandissimo, che rifletteva tutta la sua persona. Nuda davanti allo specchio, Lucia si accarezzò i fianchi. "Alberto, amore mio, come mi sono ridotta. Perdonami! Sarò molto dolce e mi farò perdonare." Al solo pensiero che Alberto sarebbe venuto, entrò in agitazione. "Presto. Adesso faccio il bagno e metto la veste più bella. Poi chiamo Erasmo e gli faccio preparare una bella cena. Oh, amore mio, Alberto carissimo, perché devi sempre andare via?" Per la prima volta, da quando era alla masseria, sentì il desiderio di una compagnia femminile, con la quale poter scambiare quelle confidenze e apprensioni di donna in attesa. Ripensò alla proposta di Erasmo e decise che ne avrebbe parlato con Alberto. Alberto, Ferdinando, Carlo Manzano, barone della Torretta, gentiluomo di corte, si presentò all'imbrunire, in divisa di maggiore dei Dragoni. Lucia, nel vederlo, sentì il cuore correre all'impazzata. Erasmo aveva avuto ragione. In divisa il suo Alberto era ancora più bello; e sembrava anche più giovane. Per la prima volta sentì una punta di gelosia. "Come si permettono le altre di guardare il mio uomo? Il padre del figlio che porto in grembo?" Fu un gesto istintivo, dettato dal forte desiderio per il suo Alberto. Gli corse incontro. Incurante degli inservienti, che attorniavano il barone, gli piombò letteralmente addosso. Era notte inoltrata, quando Alberto aprì la porta. Lucia si alzò in piedi, ma non gli corse incontro. La lunga attesa aveva riacceso la sua rabbia. Alberto, senza degnarla di uno sguardo, si diresse direttamente verso il lume. Tutta la stanza fu illuminata. Si tolse con calma la sciabola dal fianco e la depose sul tavolo. Si svestì completamente e indossò la rituale vestaglia da camera. Solo allora si voltò verso di lei. Ancora una volta il barone restò allibito. Guardò attentamente Lucia. "No, non può essere la stessa Lucia che ho conosciuto. Questa deve essere un sosia." Pensò. Per tutta risposta, Lucia, ignorando l'invito, si voltò e si diresse verso la stanza da letto. Il barone, furente per il suo comportamento, le piombò alle spalle e la rigirò. Lucia si era preparata a una notte d'amore con il suo Alberto. L'aveva aspettato con trepidazione. Mai avrebbe potuto immaginare che lui potesse essere così perfido. Il barone le sfilò facilmente la vestaglia e se la ritrovò, davanti, completamente nuda. La rigirò e la spinse sul letto. Pochi istanti dopo, Lucia scoprì, per la prima volta, quanto crudele sapesse essere il barone. Non poté urlare, perché le tappò la bocca con la mano, ma il dolore che avvertì fu lancinante. In quel preciso istante, odiò il barone. Rimase distesa sul letto, stordita dal dolore e dal bestiale comportamento di Alberto che, intanto, si stava rivestendo. Restò ferma, senza girarsi, col viso bagnato dalle lagrime. Non voleva vederlo. Anzi, non voleva rivederlo più! Le lacrime di dolore si trasformarono in lacrime d'amarezza e bagnarono il cuscino, sul quale aveva ricamato le loro iniziali. Doveva essere una sorpresa. La voce di lui le rimbombò nel cervello, come una cannonata. Lucia non sentì nemmeno lo sbattere della porta; ma non avvertì più nemmeno il dolore. Le parole del barone le avevano ucciso il cuore! Quella sera, il giovane cuore innamorato di Lucia divenne arido. La donna divenne "femmina" e, questa, giratasi verso la porta, buttò fuori tutto il suo veleno. Una stella, in particolare, attirò la sua attenzione. Era così luminosa che risaltava su tutte. La osservò a lungo e, alla fine, decise di rivolgerle una preghiera. Il luccichio della stella, a un tratto, le parve più intenso. Anzi, sembrò che vibrasse, come se le stesse dicendo qualcosa. "Grazie stella. Ora potrò dormire tranquilla." Ritornò nell'appartamento e riaccese il lume e il fuoco. Doveva assolutamente fare un bagno. Sul suo corpo non doveva restare nessuna traccia del barone. In quanto al figlio, era suo, solamente suo. E tale doveva restare. L'uomo che l'aveva concepito era morto! Il bagno la rilassò. Impiegò molto tempo a spazzolarsi i capelli, ogni spazzolata sembrò una carezza, anche se il viso non tradiva alcuna emozione. Trascorse ancora del tempo davanti allo specchio, poi andò a letto. In pochi minuti, piombò in un sonno ristoratore. - Oh, Sant'Iddio, signora! Che vi è successo ai capelli? La voce di Erasmo esprimeva meraviglia e preoccupazione, ma Lucia non batté ciglio. Si era svegliata tardi e aveva appena terminato di pulire casa, specialmente davanti allo specchio. Anche qualche inserviente, lì vicino, la guardò intensamente. In ognuno c'era curiosità, anche tanta meraviglia, ma nessuno disse una parola. La bella chioma corvina di Lucia era scomparsa! I corti capelli rimasti, tagliati senza criterio alcuno, adesso le davano la giusta fisionomia di fanciulla un po' monella. La sua bellezza non ne risentì, ma sembrò a tutti più vicina a loro. Lucia ringraziò Erasmo e tornò in camera. Invece del telaio, prese la federa ricamata e disfece le iniziali. Poi, per ingannare il tempo, prese il sillabario che le aveva dato la signora. Riprese a studiare per imparare a leggere e scrivere. Suo figlio non sarebbe stato il figlio di una zotica, come aveva detto il barone. Lucia aveva cervello da vendere. Se motivato - e come se lo era! - diventava eccezionale. In più, la femmina aveva preso il sopravvento sulla donna! Erasmo fu di parola. La mattina dopo ritornò da Castellone con la moglie. L'incontro, fra le due donne, fu molto cordiale. Sembravano madre e figlia ed Elisa le dimostrò subito molto calore. Le parole di Elisa furono un balsamo per l'animo di Lucia. Appena due sere prima il mondo le era crollato addosso. Le parole, unitamente al comportamento di Elisa e al suo innato senso pratico, fecero rinascere in Lucia fiducia e speranza. Elisa la abbracciò con quel tipico gesto materno che, nello stesso tempo, è pieno d'affetto e di grande sicurezza. Lucia abbracciò Elisa con trasporto e gratitudine e si sentì molto rilassata. Ora il mondo le sembrò meno ostile e si sentì pronta ad affrontarlo. Risero entrambe. Fra le due donne si stabilì una perfetta sintonia. Dopo la strana, inspiegabile durezza della baronessa, Elisa portò serenità nel cuore di Lucia. Elisa non poteva prevedere la risposta del prete. La vicenda di Lucia era di dominio pubblico. La ragazza, dopo aver circuito il barone, che le aveva fatto solo del bene, aveva rubato due orecchini alla signora baronessa. Orecchini che erano stati trovati dal barone, presente la baronessa, sotto il materasso della ragazza, nella sua cameretta. Anzi, bisognava riconoscere la grande bontà del barone che, nonostante tutto, la mandava a vivere nella sua masseria di Farano dove, a quanto si dice, "pare stia scontando anche la colpa del frutto dei suoi peccati." A casa, Elisa, dopo che tutti si erano addormentati, svegliò delicatamente il marito. Quello che aveva sentito dal prete era gravissimo e doveva parlagli assolutamente. Lo ragguagliò dettagliatamente, cercando di ricordare anche le inflessioni di voce del prete. Non nascose le sue preoccupazioni, comprese le eventuali ritorsioni del barone e della baronessa. Quando la portò, il fattore mi disse che era la "pupilla del barone". Io non ci ho trovato alcunché di strano. Però, non capisco. Lucia è stata esiliata alla masseria, perché rea di furto di due orecchini, che sono stati trovati sotto il materasso, nella sua cameretta, dal barone e dalla baronessa. Questo è avvenuto oltre due mesi fa. Fino a quindici giorni fa il barone, che sapeva Lucia una "ladra", veniva troppo spesso a trovarla e trascorreva la notte con lei. Cioè, con la ladra che proprio lui aveva smascherato! Ti sembra logico tutto questo? Poi è partito per la Calabria. Al ritorno, senza nemmeno togliersi la divisa, quindi senza passare prima dalla baronessa, sua moglie, è venuto direttamente a Farano. Lucia, quando lo ha visto, gli è corsa incontro e lo ha abbracciato, davanti a tutti noi. Lui la scansò, in quel modo brusco che conosciamo benissimo, e le ordinò di rientrare in casa. Non posso sapere quello che è successo tra loro due, quando sono stati da soli. So soltanto che, poco dopo la mezzanotte - e questo non era mai accaduto nel passato - il barone ha chiamato per sellare il cavallo e se n'é andato. Lo stalliere mi ha detto che era scuro in volto. Nella tarda mattinata, Lucia è uscita dall'appartamento con tutti i capelli tagliati. Come l'hai trovata. Non mi sembra il comportamento di un'indemoniata, come dice il curato, ma, piuttosto, quello di una creatura offesa, calpestata e disperata. Elisa non riuscì a prendere sonno. Le parole del prete le avevano dato una forte scossa, ma il ragionamento del marito non faceva una grinza. Perché il barone andava a trovare Lucia, quando sapeva che era una "ladra" che, proprio lui, aveva smascherato? "Bontà di Dio! Ho chiesto tutto a quella benedetta figliola, non le ho mai chiesto direttamente il nome del padre di suo figlio." Trascorse oltre una settimana, prima che Erasmo potesse riportare la moglie alla masseria. Elisa, nel frattempo, non era rimasta inoperosa. Incontrava la domestica anziana del barone quasi tutte le mattine, al mercato delle erbe. Non le ci volle molto per attaccare bottone. - Beata te, che stai al servizio in casa del barone. Io, mio marito lo vedo una volta la settimana e devo anche dire grazie a Dio. Non ci manca nulla, ma ai figli devo fare da padre e da madre. E ti posso assicurare che, più crescono, più diventano delinquenti. Almeno avessi avuto una figlia! "Dunque, mio marito ha ragione! E che mi ha raccontato il curato?" Pensò Elisa.Senza perdere tempo, andò in chiesa.
Di ritorno a casa, prese la sua decisione: a modo suo, avrebbe aiutato Lucia! La sua famiglia dipendeva dal barone e non poteva certo urtarne la suscettibilità, ma non poteva abbandonare quella fanciulla, abbandonata anche dalla chiesa. La chiacchierata con la domestica, che non si era mai sposata perché, vox populi, aveva dato tutta se stessa alla famiglia Manzano, particolarmente ed esclusivamente al barone padre, con il quale, semper vox populi, aveva trascorso tantissime notti in compagnia, la reazione del prete e le deduzioni del marito, l'avevano convinta pienamente. Lucia era l'innocente vittima delle mene poco edificanti del barone che, talis pater, talis filius, certamente non doveva avere l'aureola. Quando Elisa tornò alla masseria, Lucia la salutò con molto calore. Si vedeva chiaramente che era stata in ansia. Ma Elisa non pensò nemmeno a darle il buongiorno. Le pose la domanda a bruciapelo! Per Elisa il quadro, adesso, era completo. Il barone, quel sant'uomo del barone, aveva architettato un bel piano, pensando che nessuno lo scoprisse. Ma adesso, Lucia non era più la fanciulla "comperata" con un pugno di ducati. Lucia aveva un figlio in grembo. E, quel figlio, era l'unico erede della famiglia Manzano della Torretta.
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