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| La maledizione di Lucia Capitolo Primo: "Il Projetto" |
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| Notizie - Poesia e Narrativa | |||
| Scritto da Anonimo Formiano | |||
| Lunedì 25 Agosto 2008 10:37 | |||
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La maledizione di Lucia CAPITOLO PRIMO
IL PROJETTO
Quella brumosa mattina di venerdì, 2 Novembre 1860, giorno dedicato ai defunti, il cavaliere, don Filippo A., Uffiziale Anagrafico del Comune di Mola e Castellone, distretto di Gaeta, provincia di Terra di Lavoro, era andato in ufficio puntuale come il solito. Ogni mattina, con qualsiasi tempo e stagione, si presentava, alle sei in punto, nella sacristia di Santa Teresa, dove scambiava quattro chiacchiere - e ce n’erano, e come, in quei giorni! - con don Salvatore, rettore dell’omonima chiesa, di proprietà del Comune.
Poi, ascoltava la messa.
Sempre seduto in prima fila, come si addice alle persone di censo, don Filippo seguiva le funzioni mattutine più per abitudine, che per devozione. Al termine, dopo aver salutato con deferenza don Salvatore ed accolto, con malcelato sussiego, i saluti dei presenti alla funzione religiosa (a quell’ora, quasi tutti contadini; ergo, cafoni!), si avviava verso il suo ufficio.
Allo scoccare del settimo rintocco dell’orologio della chiesa, dopo aver infilato le immancabili coprimaniche nere e lucidato le lenti con cura meticolosa, quasi maniacale, don Filippo era dietro il grosso bancone dell’Ufficio Anagrafe, pronto per iniziare l’ennesima giornata di servizio. Sempre con estrema e puntigliosa puntualità. Non poteva sbagliare. Le sue giornate erano regolate dall’orologio della chiesa di Santa Teresa, attigua al Municipio.
Anche quella mattina non fece eccezione. Passò, come il solito, in rivista le varie penne, pennini, inchiostri, matite, disposte sempre in perfetto ordine sul bancone dell’ufficio. Si accostò alla stufa spenta, estrasse un poco di cenere e ne riempì una piccola scodella, che sistemò accuratamente sul bancone. La solita scorta giornaliera di cenere, che adoperava per asciugare l’inchiostro sui documenti. L’ufficio disponeva anche di carta assorbente, ma don Filippo preferiva la cenere. Al termine, soddisfatto del risultato, uscì dal bancone e, dopo uno sguardo panoramico all’intero ufficio, si diresse verso la finestra che dava su Sarinola, la spiaggia sottostante.
Da diversi giorni si respirava un’aria strana, alquanto cupa e nervosa. Il giovanissimo Re, Francesco II, e la Regina Maria Sofia, erano a Gaeta da circa due mesi e tutte le funzioni della Corte, comprese le varie ambasciate accreditate, si svolgevano tra Castellone e la fortezza. Tutta la rada, dalla punta di Gianola, al traverso della villa Caposele, brulicava di navi da guerra di diverse nazioni. La gran parte era ancorata. Solo quelle sarde, costantemente tenute sotto controllo da alcune navi francesi, erano sempre in movimento.
Proprio quelle sarde attirarono l’attenzione di don Filippo. Con un pizzico d’amarezza ne riconobbe alcune, che provenivano dall’Armata di Mare del Regno. Erano passate al nemico e issato quel tricolore che, a Giugno, era stato adottato anche nel Regno. Unica variante: sulla banda bianca, il Toson d’Oro dei Borbone era stato sostituito con la bianca croce savoiarda. Adesso, bordeggiando con altre unità della Marina sarda, arrivavano in vista delle mura di Gaeta, lasciavano partire una salva e rientravano in formazione. Risultato? Scarso e deludente. Le salve raramente arrivavano a lambire le mura.
Però sollevavano, immancabilmente, solo grossi spruzzi d’acqua di mare - con relativa moria di pesci, che contribuirono a sfamare gli assediati - e una sequela di lazzi e sberleffi, emessi dai difensori sugli spalti della fortezza.
Don Filippo stava osservando le manovre delle navi sarde, quando sentì aprirsi la porta e si voltò. Erano due cafoni. Uno dei due, togliendosi la coppola, subito imitato dal compagno, si avvicinò al bancone e vi depositò un cesto. - Buongiorno eccellenza. - - Che volete? Chi siete? Cos’è quel cesto? Avete scambiato quest’ufficio per un mercato? - Rispose don Filippo, con la solita arroganza che riservava al popolo “basso”, com’era solito indicarlo. - Scusate, eccellenza. Questa mattina, mentre andavamo a lavorare la terra, come facciamo tutti i santi giorni che il Signore manda, a piazza dell’Olmo, proprio sotto l’olmo, sapete? abbiamo trovato questo cesto. Grande è stata la nostra meraviglia, quando l’abbiamo aperto. Ecco, eccellenza, compiacetevi di guardare anche voi. -
Il contadino sollevò una copertina - che aveva visto tempi migliori - e apparve un neonato che, incurante del mondo attorno, dormiva beatamente. - Ah! Un neonato. E l’avete trovato voi due? - - Per servirvi, eccellenza. L’abbiamo trovato sotto l’olmo. E come strillava! Subito l’ho portato a casa mia e mia moglie gli ha fatto succhiare un quartino di latte di pecora. Sapete, noi in casa ne cresciamo due. La mattina un bicchiere di latte, ancora caldo, fa bene. - - Va bene, va bene. Sapete leggere e scrivere? - - No, eccellenza. La terra… sapete? - - Va bene, va bene. Lasciate qui il projetto e firmate questo foglio con un segno di croce. Qui! Firmate qui! - - Servo vostro, eccellenza. Come comandate. -
I due, dopo una laboriosa, quanto faticosa apposizione del segno di croce su un foglio in bianco, si allontanarono velocemente, mentre don Filippo, incurante dei loro saluti, dava un’altra occhiata al neonato. - Eh, si! E’ proprio un neonato. Maschio, o femmina? Carmelitano, Carmelitano! - Accompagnando la voce con energiche scampanellate. Carmelitano, unico inserviente del Comune, non era nelle grazie del cavaliere.
Vecchie ruggini di fanciullezza, quando Carmelitano, a capo di una torma di bambini cenciosi, scorrazzando per i vicoli di Castellone, si permetteva di dileggiarlo. Lui! Che, da Mola, andava tutti i giorni dallo zio buonanima, curato di Sant’Anna, per imparare a leggere e scrivere! Il suo sogno era di prendere l’abito talare; ma quel maledetto latino gli fu proprio indigesto. Ad ogni errore - e ne faceva ad iosa - lo zio curato non lesinava canonici ceffoni, oltre a pizzichi che, troppo spesso, lasciavano vistosi segni per diversi giorni. In poche parole, don Filippo dovette cambiare sogno.
Però, avendo imparato a leggere e scrivere, trovò facilmente l’impiego all’Anagrafe del Comune di Mola, per sopravvenuto decesso del titolare dell’ufficio. Aveva solo diciotto anni, un sicuro lavoro di tutto rispetto e tanti sogni nel cassetto. Ormai la bufera napoleonica era passata e, da ben tre anni, l’Orco corso era stato relegato su un’isola sperduta nell’Atlantico meridionale, di cui non ricordava nemmeno il nome. L’avvenire era tutto suo e si sentiva al settimo cielo.
Con una calligrafia che, col passare degli anni, divenne sempre più vicina a quella dello speziale, don Filippo - o cavaliere, come voleva essere chiamato - annotò tutto il movimento demografico del piccolo, ma operoso ed evoluto borgo di Mola che, attraversato longitudinalmente dall’Appia e legato a filo doppio con Gaeta, ne svolgeva tutte le funzioni di porto commerciale, tanto da essere quasi sempre confuso con la stessa.
La “tragedia” scoppiò due anni dopo, il 1° Gennaio 1820. I due borghi, Mola e Castellone, sempre divisi, sin dalla loro nascita, si fusero e, dopo circa otto secoli, si distaccarono amministrativamente da Gaeta. Sua Maestà, Ferdinando I di Borbone, accogliendo benevolmente una richiesta dei notabili dei due borghi, aveva concesso quest’alto privilegio con Regio Decreto n° 1876, redatto a Napoli il 25 Gennaio di quell’anno.
Per la verità, i notabili dei due borghi avevano chiesto, oltre alla fusione dei borghi, anche il ripristino dello storico toponimo “Formia”. Ma la decisa opposizione del potente decurionato gaetano, indusse Sua Maestà a concedere solo la fusione. Decisione che, anche se contava poco, incontrò il favorevole accoglimento di don Filippo. Era orgoglioso del suo borgo. Il ripristino del toponimo storico avrebbe cancellato, inevitabilmente, quello di Mola. Formia rappresentava un notevole passato storico tramontato da circa dieci secoli che, però, era visibilissimo a Castellone. Da qui, la consequenziale identificazione di Formia con Castellone.
L’orgoglio ferito di don Filippo, però, fu diversamente gratificato. L’avvenuta fusione dei due borghi coincise, per lui, con l’assunzione del doppio incarico. Per il concomitante pensionamento del collega di Castellone, si trovò ad essere l’unico impiegato dell’Ufficio Anagrafe del nuovo Comune. Ciò gli consentì di scrivere, negli atti ufficiali, sempre “Comune di Mola e Castellone”, invece del contrario, come recitava il decreto reale.
Ma, avere a che fare con quelli di Castellone…! A differenza dei suoi borghigiani (di Mola), quelli di Castellone - è vero - sono meno ciarlieri, meno invadenti, più rispettosi ed ossequiosi. A Mola c’era più vita sociale; gli abitanti, grazie all’Appia, regina viarum, erano più evoluti. Quelli di Castellone, invece…e poi, quel “tu”! Ma come si permettevano? Ce ne volle del tempo per insegnare a quello zotico d’inserviente - ovviamente, di Castellone - che, rivolgendosi a lui, doveva chiamarlo cavaliere e dargli del “voi”. Adesso, dopo mille scampanellate, era lì, davanti a lui. Ovviamente, con la coppola spavaldamente sulla testa.
- Che c’è, cavaliè? Avete chiamato? - - Quante volte devo scampanellare, prima di vedere la tua faccia?! Fa presto, va a Caposelice e chiama la “pia ricevitrice”. Riferisci che c’è un neonato trovatello, che deve essere identificato. - - Scusate, cavaliè, ma c’è bisogno di Angelica per appurare se il neonato è un maschio, o una femmina? Se voi non siete capace, permettete, faccio io. - - Ma come ti permetti, bifolco che non sei altro! Va a chiamare la “pia ricevitrice” e torna presto. Passando, avvisa anche don Antonio, la guardia municipale. Digli di venire subito. E, fa presto! Qualche giorno di questi, perdo la pazienza e ti faccio rapporto. -
L’uscita di Carmelitano riportò una calma apparente nell’ufficio. Il cavaliere era furente. Non bastava il giorno dei morti, con tutto il suo deprimente corollario di preghiere e visite al cimitero. Ci voleva anche quell’insolente d’inserviente che, quasi ogni volta, gli mancava di rispetto, oltre al cesto ed il suo contenuto, per iniziare “bene” la giornata! Oltre tutto, era anche venerdì! Non che fosse particolarmente superstizioso, ma… meglio prevenire, che curare.
Fatti i debiti scongiuri, con ricco corollario di grattate di parti intime, strette di corni e segni di croce, tornò col pensiero al cesto e al suo contenuto. Certo che occorreva la presenza della “pia ricevitrice”! Lui, cav. Filippo A., Uffiziale Anagrafico del Comune di Mola e Castellone, mai e poi mai avrebbe rovistato in quel lurido cesto. La dignità, soprattutto! Senza degnare d’attenzione il cesto, ritornò alla finestra.
Era tanto preso dai suoi pensieri, che non sentì la porta. Trasalì, quando sentì la voce e si voltò. Riconobbe la persona. Era Sebastiano B., il fattore del barone Alberto Manzano della Torretta, uomo potente del circondario, con forti entrature a corte. Si mormorava che avesse una relazione con la giovane Regina, ma don Filippo rifiutava categoricamente le basse ed ingiuriose insinuazioni. Con fare molto cerimonioso, ritornò al bancone e salutò il fattore. - Buongiorno, don Sebastiano. Quale buon vento? In che posso servirvi? - Il servilismo del cavaliere davanti ai potenti, era pari alla sua spocchia alla presenza della gente del popolo. Spocchia che, col passare degli anni, diventò sempre più evidente. Adesso, sulla soglia dei sessant’anni, era diventata anche accidiosa. - Cavaliere, questa mattina vi hanno consegnato un cesto contenente un bambino. Voi conoscete il buon cuore del barone. Vuole che il bambino sia trattato come si deve. - - Don Sebastiano, riferite al barone che i suoi desideri sono ordini. Come si deve? Certo, certo! Come si deve! -
Silenzioso, com’era entrato, il fattore, incurante delle deferenti esternazioni d’omaggio del cavaliere, uscì, lasciando la porta aperta. Non senza di una certa irritazione, don Filippo andò a chiuderla e tornò ai suoi pensieri. “Come si deve.” La sua irritazione crebbe. Che vuol dire “Come si deve?” Cominciò a percorrere l’ufficio in lungo e largo, come una belva braccata. Si maledì mille volte per non aver chiesto maggiori delucidazioni. “Come si deve?!” Facile a dirsi! Tempo pochi minuti ed arrivò don Antonio, l’unica guardia municipale del Comune di Mola e Castellone. - Buongiorno, don Filippo. - Salutò don Antonio, accompagnando la voce con uno svogliato saluto militare. - Ah! Don Antonio! Buongiorno a voi. Oggi è proprio giornata! Usatemi la cortesia. Vedete quel cesto? C’è un projetto da identificare. E’ stato portato mezz’ora fa. E’ stato rinvenuto all’Olmo. Cercate d’indagare e fatemi sapere. - - Ai vostri desiderata, don Filippo. Ci vado subito. Statemi bene! - Uscita la guardia, don Filippo tornò ai suoi pensieri. Sempre senza degnare di uno sguardo il cesto. Quelle parole del fattore…!
I suoi pensieri furono relegati in un angolo dall’arrivo della signora Angelica, “pia ricevitrice” del Comune di Mola e Castellone. Aveva quell’età indefinita nelle donne, che va dai venticinque ai cinquant’anni. Una calda bellezza tipicamente mediterranea, su un corpo che gli anni ancora non avevano intaccato. Tutto in lei denotava una femminilità spontanea che, in gioventù, “procurò” più di qualche peccato. Adesso, con un marito e due figli, svolgeva il ruolo di "pia ricevitrice" del Comune di Mola e Castellone. In pratica, la persona di fiducia del Comune, alla quale affidare, momentaneamente, i bambini abbandonati. Anche questa donna non aveva la stima di don Filippo, ma era utile e gli toccava fare buon viso a cattivo gioco. - Buongiorno, cavaliè. Cosa c’è di tanto importante e urgente? Carmelitano mi ha messo tale una fretta. Sbrighiamoci, che ho delle cose urgenti da fare. - - Le vostre urgenze, questa mattina, possono aspettare. Vedete quel cesto? Un’ora fa lo hanno portato due cafoni. Contiene un projetto che dovete identificare. -
Don Filippo conosceva benissimo le “urgenze” della “pia ricevitrice”. Ad onor del vero, erano note a tutti, ma nessuno parlava. La signora Angelica, tutto sommato, alla fine poteva tornare utile. Chi sa quale donna la stava aspettando, per interrompere un’indesiderata maternità?! Un’altra bocca da sfamare pesava, e come, sull’economia della famiglia. Ma, quando il nascituro era “figlio della colpa”, per la sventurata che cadeva nell’errore la maternità si trasformava in castigo di Dio. Indipendentemente dal suo stato civile. Quasi sempre, la reproba era cacciata di casa e, invariabilmente, andava ad ingrossare le file della prostituzione nei bordelli, sui proventi dei quali lo Stato praticava un ferreo controllo sanitario, oltre ad un discreto prelievo fiscale: la marchetta. Il destino era meno crudele, con le figlie del ceto alto-borghese. Il bambino era dato a balia e la “peccatrice”, colpita da improvvisa chiamata mistica, spesso andava a seppellirsi in un monastero.
Alla signora Angelica bastò una rapida occhiata per accertare il sesso del neonato, ma anche la sua eccellente condizione fisica. Però, restò a guardarlo, interdetta. Il bambino… la fisionomia… Le ricordava qualcosa di molto noto. Subito scacciò il pensiero! Ma che andava a pensare?! I neonati, grosso modo, si somigliano tutti. E somigliano a tutti! Però… - Auguri, cavaliè! Siete diventato un’altra volta padre. E’ un bel maschietto! - Disse la signora Angelica. Era una sorta di rito, che si ripeteva ad ogni ritrovamento di bambini abbandonati. Don Filippo diventava il loro “padre”, perché sceglieva e imponeva loro il cognome che, alla fine, sarebbe stato l’inequivocabile marchio di trovatello. Angelica, per qualche giorno, sarebbe stata la loro madre.
Alla “pia ricevitrice” erano affidati solo per qualche giorno, per consentire un’eventuale identificazione della partoriente ed anche un auspicabile ripensamento, se non dei due genitori, almeno della madre. Era anche questa una soluzione da capra e cavoli. In pratica, poteva capitare che la famiglia (quasi sempre di lei), in un impeto di bontà, decidesse di adottare un trovatello, a patto che avesse pochi giorni di vita. Anzi! Qualcuno arrivava anche a prenotarsi uno, o due giorni prima! Quando si dice il caso! E il gioco è fatto. Nessuno - si fa per dire - sa e l’onore della famiglia è salvo. In più, s’acquisisce l’aureola di famiglia caritatevole.
In mancanza di ciò, dopo alcuni giorni, se non insorgevano riconoscimenti, o eventuali richieste d’adozioni, il neonato era portato a Gaeta, nell’orfanotrofio annesso all’ospedale dell’Annunziata dove, nella quasi totalità dei casi, difficilmente arrivavano a diventare adulti. Il male più diffuso, fra quegli sventurati trovatelli, era il rachitismo. Ma, di “ismo” in “ismo”, la gamma delle affezioni era piuttosto ampia. - Signora Angelica. - Don Filippo, con un certo distacco, tornò alla carica. - Poiché voi bazzicate certi ambienti, c’è qualche possibilità di risalire alla madre? Quasi sicuramente, questo bambino è stato partorito da una donna nubile. Possibile che voi non sappiate quale donna possa aver partorito in questi giorni? - Cavaliè, mi fate onore! Io non m’impiccio dei fatti degli altri. Quando posso, do una mano, ma sono molto riservata. E ci mancherebbe! Certe cose non si mettono in piazza. Specialmente se si tratta di giovani fanciulle inesperte che, diciamolo francamente, sono sempre preda di voi uomini sporcaccioni. Ad ogni modo, il projetto non è nato ieri, ma, sicuramente, questa notte. Il cordone ombelicale è ancora troppo fresco. -
A don Filippo, che non s’era mai sposato, non erano state riconosciute nemmeno innocenti relazioni. La sua vita era scorsa tra la chiesa, l’ufficio e la casa. Non aveva frequentato nemmeno il circolo della caccia, luogo di ritrovo dei potenti del Comune di Mola e Castellone, dove ci si scambiavano facilmente “impressioni” su questa, o quella donna; fatte salve, ovviamente, le rispettive mogli, madri e sorelle. Ciò non di meno, conosceva benissimo, come tutti d’altronde, l’onorabilità della signora Angelica, oltre alla sua cinica mancanza di scrupoli. Ma, a don Filippo, quel “come si deve” del fattore, continuava a martellargli il cervello. Angelica rappresentava la sua extrema ratio. Se avesse saputo qualcosa, glielo avrebbe detto. - Voi mi fate troppo onore, cavaliè. Io conosco tutte le donne del Comune di Mola e Castellone. Conosco i loro peccati, le necessità, gli sbagli, i… pruriti. Purtroppo non posso aiutarvi per questo bambino. Sicuramente la madre non è delle nostre parti. Anche se!… A pensarci bene… Ma, si! Come ho fatto a non pensarci? Cavalié, vi ricordate quella giovinetta di Piroli, che andò a servizio della signora baronessa Manzano? - - Badate a quello che dite, signora Angelica? La signora baronessa è una donna morigerata, come pure il barone suo marito! Non vi permetto, in quest’ufficio e davanti la mia persona, di mancare loro di rispetto! - - Suvvia, don Filippo. Che vi scaldate a fare? Non sto dicendo niente di male. Parlo di quella giovinetta di Piroli, che era al servizio di quella santa donna della baronessa e vi restò solo quattro mesi. Il fattore mi riferì che s’era comportata male e il barone, che è un uomo di buon cuore, per non buttarla in mezzo ad una strada, come meritava, la mandò a lavorare nella masseria di Farano. Però, da allora, nessuno l’ha più vista. Voci di popolo, dicevano che fosse incinta. Sapete com’è? Uno dice una parola, un altro ci aggiunge la sua... E, cosi, via! - - Questo non vi autorizza a pensar male del signor barone. Specialmente in mia presenza. - - Don Filì! Non sono mica scema! Eh! Scusate! Ma, voi lo conoscete Sebastiano? Quello non parla nemmeno davanti ad uno schioppo puntato. Sempre riservato, di poche parole. A malapena risponde al saluto. Ebbene, l’estate scorsa venne da me. Quel giorno faceva particolarmente caldo e mi chiese un bicchiere d’acqua. Senz’essere invitato, si sedette fuori il giardinetto della mia casa e cominciò a parlare. E la cosa, giuro, mi meravigliò tantissimo! Mi raccontò di quella fanciulla che, accolta dal barone e dalla baronessa come una figlia, aveva rubato dei gioielli. E, il barone? Invece di cacciarla, come meritava, l’aveva mandata alla masseria, a Farano. Vi giuro che, più sentivo parlare Sebastiano, più mi meravigliavo. Ma quando mai aveva detto tutte quelle parole?! Con me, poi?! Lì per lì, non prestai attenzione al suo discorso. In fin dei conti, a me cosa poteva interessare? - - Va bene! Va bene! Basta cosi! Prendete il cesto e andate via. Faccio finta di non aver sentito. -
Ma ad Angelica la fisionomia del neonato… Non è che non riusciva a ricordare, non voleva! Forse fra qualche giorno. Quando il neonato avrà stabilizzato la sua fisionomia... Nell’ufficio calò un silenzio innaturale. Angelica, sempre alle prese col cesto e il suo contenuto, caso mai dovesse sortire qualche indizio che portasse ai genitori del neonato; don Filippo, immerso nei suoi pensieri. Forse fu proprio quella stasi silenziosa, che diede ad Angelica la certezza della fisionomia del neonato. Il barone! Ecco a chi somiglia il neonato! Al barone Alberto, Ferdinando, Carlo Manzano della Torretta. E, lei, lo conosceva bene! Anzi, lo aveva conosciuto molto bene! Piuttosto intimamente! Quando era giovane, prima di sposare quel sant’uomo del marito, aveva avuto un passato affettivamente turbolento col barone, già sposato. Angelica, che ancora adesso aveva i numeri per farsi amare, parlava di matrimonio, ma il barone le rispose chiaramente che la moglie era al di sopra di tutto, e tutte. E, poi, il blasone! Troncò la relazione, presentandole un suo dipendente, e le pagò la dote. Una volta maritata, Angelica si sarebbe chetata e avrebbero potuto continuare il loro rapporto con più tranquillità.
Ma Angelica era donna di carattere. Appena sposata, interruppe ogni rapporto col barone, con gran disappunto dello stesso. Da allora le loro strade si erano incrociate, sempre indirettamente, solo in funzione della sua professione di “pia ricevitrice”. In mezzo c’era sempre qualche donna, spesso giovanissima, che aveva bisogno di una “ripulita”, dopo il “passaggio” del barone che, ad onor del vero, provvedeva sempre alla dote della ragazza, in modo da consentirle di sposarsi con tutti i crismi. O, quasi!
Anche per don Filippo il velo del mistero si squarciò improvvisamente. “Come si deve?!” Già, “Come si deve!” Dio mio! Questo neonato è figlio del barone! Fu come un lampo. In un attimo, la sua mente partorì nome e cognome per il neonato. Il barone sarebbe stato contento. Senza lasciar trasparire i suoi pensieri, prese il foglio bianco “firmato” dai due contadini, lo piegò in due parti e, con la sua calligrafia a tratti illeggibile, cominciò a stendere il verbale del ritrovamento e il relativo atto anagrafico. Al termine, lo fece sottoscrivere da Angelica e da un occasionale testimone. Poi inserì il foglio nel registro degli atti di nascita. Un foglio mobile, interamente scritto a mano, contrariamente agli atti di nascita “regolari”, scritti sul foglio prestampato e numerato del registro. Un foglio mobile! I nati nella regola del matrimonio non dovevano essere “infangati” dalla registrazione di un trovatello, fosse anche figlio di un barone!
Al termine, tra don Filippo e la signora Angelica non ci fu bisogno di spiegazioni. Ognuno capì che l’altro aveva capito. Angelica prese il cesto, con tutto il suo contenuto, e andò via, lasciando don Filippo tanto immerso nei suoi pensieri, da non rispondere nemmeno al saluto.
Ritto davanti alla finestra, don Filippo vagò con lo sguardo fin sulla linea dell’orizzonte, soffermandosi distrattamente sulle navi, quasi senza vederle. Si sentiva stanco, ma anche soddisfatto. In un colpo solo aveva “partorito” il cognome e il nome per il trovatello: de Profundis Ferdinando! Secondo l’Uffiziale Anagrafico del Comune di Mola e Castellone, cav. Filippo A., fu il risultato della felicissima soluzione di un problema a tre incognite e ne fu fiero. Il neonato gli era stato presentato in quella mattina del 2 Novembre 1860, giorno dei defunti; era stato “accompagnato” da una raccomandazione del fattore, come dire dello stesso barone don Alberto; essendo un projetto, gli doveva imporre un cognome che, senza ombra di dubbi, “certificasse” la sua condizione di trovatello, con madre e padre sconosciuti.
Il cognome, in questo particolare caso, doveva essere il marchio della sua nascita, mentre il “de” doveva ricordarne l'ascendenza nobiliare. Quanto al nome, Ferdinando, era della buonanima del barone padre, oltre che del defunto Re. In pratica, il bambino, anche se bastardo, portava il nome del nonno paterno, com’era prassi comune. Quale soluzione migliore? de Profundis Ferdinando, quindi ! In quel momento di quasi beatitudine per l’ottima soluzione del caso, ricordò con un pizzico d’affetto anche le sue disavventure con la lingua di Cicerone.
Fu così che, il povero, piccolo, incolpevole Ferdinando, fu marchiato a fuoco per una colpa non sua. D’altronde, seguiva la stessa sorte di tanti incolpevoli neonati che, nelle medesime condizioni, l’avevano preceduto e che lo seguiranno per molti anni a venire.
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Hits: 2946 Commenti (4)
![]() scritto da escargot, agosto 25, 2008
Anonimo (si fa per dire) nessuno te lo ha spegato che i tempi di internet sono altri? Chi vuoi che si faccia scoppiare i bulbi oculari per leggere fino in fondo questo polpettone?
scritto da globetrotter, agosto 27, 2008
VIVA LA LIBERTA DI INTERNET!!
Non c'è bisogno di farsi scoppiare i bulbi oculari; Rispetto ad un quotidiano o ad un libro, la comodità di leggere on-line e quella di poter ingradire il testo!!! Prova con Ctrl e vedrai che come per magia il testo si ingrandirà !!! (Ovviamente Ctrl - il testo si rimpicciolisce). Quindi cara lumachina e cari internauti leggete e crescete! THE WEB IS FREE!!! Scrivi commento
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